“Accetta, anima mia […], accogli nell’terno andare delle onde e del fiume il respiro del nuovo giorno. E osserva nella sera che giunge l’ultimo gabbiano veleggiare su Cala Janculla, vorticare alto e disegnare il tuo infinito. Il tempo che distrugge è il tempo che conserva”
Un romanzo in cui storia e poesia danzano a riconcorrersi condensandosi in una storia d’amore che attraversa uno dei secoli più perturbanti del passato umano, il Settecento. Una narrazione, si diceva, capace di spalancare orizzonti di significato intersecando gli eventi, lieti ma anche disastrosi che attraversarono ciò che fu il borbonico Regno delle due Sicilie per frammentarsi nelle vicende di due casati calabresi, quello dei Grimaldi di Seminara e dei Ruffo di Bagnara, ma anche nelle descrizioni, bellissime e maestose, dei litoranei nostrani e delle loro leggende.
In tal modo, Il passo dell’adorno (Albatros, pp. 349, Roma, 2025), del Dott. Giuseppe Francesco Zumbo, al suo esordio letterario, ripercorre il contrastato idillio tra due giovani, Mercurio e Costanza, appartenenti a significative casate, spesso in lotta tra loro, che hanno dato lustro e luce ai nostri territori, distinguendosi per “nobilitade” e coraggio, unite in un sentimento di eternità, costellato da un matrimonio e da molteplici eventi luttuosi causati da quel terribile disastro, il terremoto del 5 febbraio 1783, capace di distruggere intere cittadine della costa tirrenica, lasciando dietro di sé una catena incessante di devastazione e morte.
Ciò che colpisce maggiormente di un testo il quale appare inizialmente in qualità di narrazione a sfondo affettivo, narrante le tappe ed i passi di un sentimento capace di nutrirsi di fugaci incontri e, per mezzo di colpi di scena continui, penose distanze, è il fondersi di tradizioni, folklore, elegia ed intimità di un autore abile a spaziare nel panorama dei generi letterari, dando origine ad un interessante ed originale sperimentalismo linguistico e narrativo che intesse, con sagacia, acutezza e maestria, vicende storiche seguite nel succedersi di un tempo che “distrugge ma conserva”, secondo la felice espressione dei Quattro Quartetti eliotiani, di istanti ritrovati entro la mutevolezza perpetua, silenziosa ed annosa, dell’esistenza individuale di ciascuno.
Così, nel tratteggiare, architetture e perimetri cittadini, l’autore racconta con precisione ciò che di artificiale è stato creato, ex post, dall’uomo- opere artistiche, edifici e città, insieme con ciò che di naturale, ex ante, sussiste in una terra meravigliosa quanto disgraziata qual è la Calabria, con continui cambi di scena: risulta evidente, in tal senso, la narrazione parallela delle avventure militari di Mercurio nel “Battaglione Reale dei cadetti del re” presso Napoli e del suo seguente soggiorno in Spagna, come premio di eccellenza per studio e dedizione, insieme con la descrizione degli eventi che riguardano la dolce Costanza, costretta a respingere un pretendente insistente e trepidante nella sua attesa di nuovi incontri con l’amato.
Sorprendente il parco dei personaggi che ruota intorno ai protagonisti della storia, tratteggiato con precisione e dovizia di particolari sin dalla prima pagina del testo e teso a rappresentare e a raffigurare un’epoca, si diceva in apertura, costellata da sconvolgimenti, la rivoluzione francese del 1789 e i suoi strascichi su ciò che la nostra penisola vivrà a partire dagli ultimi anni del Settecento (le campagne italiane di Napoleone insieme con i tumulti napoletani del 1799), in grado di stravolgere un perimetro di vita costellato da un’esistenza marcata da differenze sociali evidenti che la medesima realtà rivoluzionaria metterà in discussione, ponendo fine a quella società di Antico Regime che ancora per molto tempo persisterà in zone periferiche del mondo conosciuto.
In egual maniera la realistica ed attenta ricostruzione dei fatti terribili del sisma del 1783 costituisce per l’autore motivo di ulteriore approfondimento urbanistico e sociale, perdendosi entro una dettagliatissima e manifesta ricomposizione degli interventi di restaurazione e di riparo dei luoghi interessati dal terremoto e di coloro che, con dolore, fatica e lacrime, si impegnarono nelle operazioni di aiuto e soccorso dei sopravvissuti rimasti con un cumulo di macerie ed un masso intorno al cuore.
Il finale ricalca l’esordio del romanzo, con la rievocazione della caccia all’adorno sui Piani della Corona calabresi, occasione del fatale incontro tra i due promessi, evidenziando una circolarità che sottolinea, speculativamente conversando, quella preziosità della durata interiore che prevale necessariamente sul tempo quantitativo della scienza, rendendo ciascun momento unico ed irripetibile nell’alveo di una vita costruita su brandelli di rimembranze le quali, affastellandosi l’una sull’altra sempre e costantemente, creano la spettacolarità e l’inimitabilità di un sentiero, quello individuale volto, tuttavia, ad incontrarsi inesorabilmente con quello collettivo, meraviglioso ed incerto nella sua spettacolare imprevedibilità. In siffatta maniera, Il passo dell’adorno traccia a grandi linee la strada di destini in grado di alimentare la grande storia universale del genere umano. A piccoli passi, a grandi falcate, in un’unica direzione, in poliedrici spazi, danzando sui picchi del nulla così come sulle cime della totalità.

