Fahrenheit 451, dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury, è la temperatura alla quale la carta prende fuoco inesorabilmente, lasciando un cumulo di cenere nello iato di uno spazio culturale ed esistenziale quale solo un testo, un libro può rappresentare. Quell’insieme di fogli composti da chi averte il bisogno e la necessità di far ascoltare la sua voce per creare difformità, pensiero, riflessione, sapere. Il pericolo della conoscenza si preannuncia, così, nel post-moderno liquido, quello istantaneo del neoliberismo consumistico e del turbo-capitalismo dataista, quale reale strumento di Re-sistenza, al fine di creare universi paralleli di significato. Questa la ragione per la quale tale rubrica, che si preannuncia come indagine critica su testi di qualsivoglia genere, scritti e composti in tempi diversi da svariati e poliedrici autori, possiede tale denominazione: perché discorrere di pianeti ed universi di scrittura, capaci di alimentare ermeneutiche infinite e fusioni di orizzonti indefiniti, è il più alto atto di coraggio contro la De-sistenza sociale, in opposizione a chi del pensiero unico ed omologante ha fatto il suo più ruggente ed alto vessillo.
Con l’augurio di trasportare il lettore in spiagge inesplorate ed incantate, ma senza alcuna pretesa che non sia quella di scuotere il sentiero della verità, calpestando qualche ciottolo di ipocrisia e scalfendo la polvere dell’apatia, chi tenta di scrivere augura a chi compie lo sforzo di comprendere buona lettura.
Una narrazione che si spinge sino ai confini dell’oscurità del sentimento, arrivando a scandagliare i recessi di un’anima cresciuta nella Gerusalemme dell’immediato dopoguerra, dopo la tragedia immane della Shoah, nel bel mezzo di una diaspora che attraversa la trama dell’intera opera, condensandosi in centoventi anni di storia familiare, in una “saga di relazioni di amore e odio verso l’Europa”, la quale ha come principali interpreti quattro generazioni di israeliani sognatori, studiosi, uomini d’affari poi falliti, poeti egocentrici, riformatoti del mondo. Questa ampia rassegna di individui eccentrici o assolutamente indifferenti ai fini della storia del mondo, giungerà a condensarsi in un figlio unico, il quale diverrà, divorato dalla fantasia ma finanche da una sofferenza sorda quale solo la scomparsa di una madre può rappresentare per una vita umana, Amos Oz, uno dei maggiori intellettuali israeliani del secondo dopoguerra, candidato più volte al premio Nobel per la letteratura, scomparso nel 2018.
Nella splendida autobiografia che ci apprestiamo, come sfida di significato, ad analizzare, “Una storia di amore e di tenebra”, (Universale Economica Feltrinelli 2023, pp. 627), Oz consegna al lettore la raffigurazione, romanzate eppure tanto realistiche, della sua infanzia e adolescenza. Un periodo che dovrebbe preannunciarsi quale età della spensieratezza e della crescita formativa individuale, un tratto esistenziale caratterizzato, nel caso del giovinetto che arriverà alla consapevolezza di essere scrittore, da attitudini poetiche, verve politica e, tuttavia, dominato da un terrore angoscioso e costante di un altro possibile genocidio ebraico compiuto, questa volta, nella stessa Israele ad opera di inglesi, arabi, cristiani, islamici, in un intreccio geopolitico abile a dimostrare quanto la questione vicino-orientale abbia da sempre costituito una minaccia entro i confini geopolitici della terra. Un motivo imperante che arrovella le menti, scavando i confini dell’anima e confondendo costantemente e continuamente il ruolo di vittime e carnefici sino alla creazione di quei kibbutz, di quei primi stanziamenti agricoli comuni a molte personalità ebraiche, in cui un appena sedicenne Oz si rifugerà per scampare alla vita ordinaria e miope di un padre incapace di comprendere la profondità del male di vivere della consorte, la quale, disillusa ed incenerita da un destino di violenze e barbarie, compirà l’estremo gesto nel 1952, togliendosi la vita. Ed è proprio il suicidio della madre, quella ferita mai realmente cicatrizzata di cui l’autore non discuterà mai, in nessun’ altra sua opera se non in questa, che costituisce il velo di Maya capace di seguire tutta la complessa narrazione testuale, manifestandosi compiutamente nella chiosa finale del libro, quando chi si appresta a terminare il romanzo scopre i dettagli dell’amara verità. Un flusso di coscienza di proustiana memoria che scava nel rancore e nella nostalgia, con faticosa accettazione, con compassione e pietà, giungendo alla consapevolezza del pubblico nella sua estrema lacerazione e verità. Nella spigolosità di un cammino di espiazione personale ed umano di quell’abisso di non senso qual è il dolore.

