Anche l’anno scorso ci siamo ritrovati per la solita rimpatriata estiva tra ex compagni di classe. Abbracci, baci, sorrisi, battute, ricordi lontani: amicizie sopravvissute al tempo, con qualche ruga in più e dolorini qua e là, ognuno con la propria felicità e le proprie ferite.
Man mano che la cena proseguiva l’allegria del ritrovarsi si è stemperata in vari discorsi, tristi e allegri: scampoli di vita, avvenimenti strani o prodigiosi che, per quanto personali, sembravano riguardare tutti. Convertiti anche noi alla modernità, abbiamo la chat WhatsApp della classe, dove quotidianamente, oltre a scambiarci saluti e auguri, conversiamo di cucina, viaggi, cura dell’orto e della casa, problemi di salute, figli, nipoti e altro ancora. Per quanto riguarda la nostra sfera interiore, le nostre emozioni e sensazioni, preferiamo però confrontarci di presenza, quando ci rivediamo.
Quest’anno l’argomento scelto è stato impegnativo: ognuno doveva raccontare un fatto della propria vita che lo avesse profondamente turbato. Guido, da sempre leader della classe, teneva l’ordine degli interventi, affinché tutti partecipassero. Alcuni compagni hanno improvvisato, narrando storie inverosimili, senza capo, né coda; Marisa ha raccontato di come posa le cose in un posto e le ritrova nascoste altrove… molti hanno riso, pensando che sia l’avanzare dell’età a giocarle brutti scherzi. Alla fine è toccato ad Antonio, un compagno di poche parole, di solito piuttosto restio a raccontare vicende personali. Ma in quest’occasione non ha potuto sottrarsi. Ha quindi iniziato a raccontare una storia risalente a molti anni fa, quando lavorava in una fabbrica di pentolame e utensilerie metalliche nei dintorni di Brescia…
Quel giorno aveva il turno pomeridiano, che iniziava alle 14.00 e finiva alle 22.00. Antonio non amava quel turno, perché poi si doveva ripulire dalla polvere metallica, cambiarsi e mettersi alla guida per percorrere i 20 km che lo separavano da casa. A volte, lungo la strada, la stanchezza si faceva sentire, perché nelle ore libere Antonio faceva anche lavori di giardinaggio: in famiglia pure quei soldi facevano comodo. La via del ritorno era una superstrada trafficatissima e a doppio senso di marcia, che quella sera sembrava più lunga del solito. Antonio guidava perso nei propri pensieri, quando all’improvviso si accorse che, in lontananza, un camion si era spostato sulla sua corsia per sorpassare un tir, ma questo, come in una gara di velocità, gli teneva testa; il camion continuava ad accelerare e gli veniva sempre più incontro ad alta velocità; Antonio iniziò a suonare il clacson e a lampeggiare con i fari, ma tutto sembrava inutile e lo schianto imminente. D’un tratto però, mentre il bagliore delle luci lo accecava e udiva già lo stridio della frenata del grande camion che stava per travolgerlo, Antonio intravide la salvezza: una piazzola d’emergenza sul margine della strada, nella quale egli, con quello che avvertiva essere l’ultimo respiro della sua vita, si spostò disperatamente, mettendosi in salvo con una violenta frenata. Dopo qualche minuto, che a lui parve infinito, quasi stremato dalla forte emozione riprese la strada di casa. A cena mangiò pochissimo e dopo un po’ andò a letto. Rosy, sua moglie, quella sera lo vide un po’ strano, ma non insistette a chiedere, poiché pensava si trattasse solo di stanchezza. L’indomani era domenica e la fabbrica era chiusa, ma Antonio fu già pronto a uscire di buonora: prese le chiavi della macchina e fece la solita strada verso il posto di lavoro, di domenica quasi deserta. Procedeva piano e in cuor suo aveva una strana sensazione… arrivato al punto in cui la sera prima si era salvato grazie alla provvidenziale piazzola, la cercò con attenzione, controllando metro per metro quel lungo rettilineo… ma di quella piazzola non c’era neanche l’ombra! Pensò: “Sono anni che faccio questa strada e non mi sono mai accorto di quella piazzola, ma ieri sera c’era… dove sarà finita?” Antonio rimase a lungo turbato e scettico su quanto gli fosse accaduto, chiedendosi: “E se per un attimo il sonno mi avesse colto al volante e avessi sognato tutto?” Mentre Antonio concludeva il suo racconto con voce tremante, Rosy, vicino a lui, con gli occhi umidi aggiunse: “Dopo questo fatto, Antonio ha cambiato lavoro, si è avvicinato a casa: l’avvertimento di quella sera gli è bastato, perché la vita è preziosa, è l’unica cosa che realmente possediamo: la vita è un dono”.
“È bello vivere, perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.” (Cesare Pavese).


