Un viaggio tra Storia, Cultura e Spiritualità
Le strade della Calabria meridionale, durante le feste patronali, vengono inondate dal suono evocativo dei tamburi, che risuona in modo unico, quasi ancestrale, rivelando un legame profondo tra passato e presente, tra guerra e celebrazione, tra memoria e tradizione. I tamburi in queste occasioni, non sono solo semplici strumenti musicali, ma divengono veicoli di emozioni, simboli di vita e di identità, ma anche testimoni di un’eredità storica, che affonda le radici nel periodo del “Decennio Francese” (1806-1815), un’epoca segnata dal dominio napoletano, che fatalmente ha lasciato un segno indelebile nella cultura calabrese.

I Tamburi e il “Decennio Francese”
Nel XIX secolo, la Calabria fu teatro di importanti cambiamenti a seguito dell’occupazione francese, che prese piede con l’arrivo di Napoleone Bonaparte nel Regno di Napoli. Durante questo periodo, che va dal 1806 al 1815, la regione fu governata da sovrani francesi, che imponevano nuove strutture politiche, sociali e militari.
Uno degli aspetti più significativi di questo periodo fu l’utilizzo del tamburo come strumento militare per la coordinazione delle truppe. Gli eserciti francesi dislocati nel territorio calabrese utilizzavano il suono del tamburo per scandire le attività quotidiane delle guarnigioni, che iniziavano prima del sorgere del sole, al primo spuntare della “stella Diana” il pianeta Venere per gli astrofili. Il tamburo, dunque, aveva una funzione pratica: indicava l’inizio della giornata e la sequenza delle attività militari, dalla marcia al riposo, fino alla preparazione all’eventuale battaglia.
Le melodie che accompagnavano questi ritmi erano numerate e denominate “Diane”, dalla prima alla quinta. Ognuna di queste “Diane” aveva un significato specifico, un tempo cadenzato, che segnava momenti precisi della giornata militare. L’utilizzo di questi ritmi militari, in una regione storicamente legata alla difesa del proprio territorio, diventa quindi simbolo di un’epoca di conflitti e di invasione.
La Trasformazione del Ritmo: Dalla Guerra alla Festa
Se durante il “Decennio Francese” i tamburi scandivano il tempo della guerra e della disciplina, oggi, in occasione delle feste patronali della Calabria meridionale, il loro suono ha assunto un significato profondamente diverso, ma altrettanto potente ed evocativo. I tamburi non sono più il richiamo all’imminente battaglia, ma un invito alla celebrazione, alla memoria collettiva e alla spiritualità.
Le feste patronali, che segnano il calendario religioso e sociale di tanti piccoli paesi calabresi, sono da sempre accompagnate da parate, processioni e cerimonie in onore dei Santi protettori. In queste occasioni, il tamburo diventa il cuore pulsante della festa, il suono che risveglia ed unisce la comunità, la rende viva e partecipe di un’esperienza trascendente.
I ritmi dei tamburi, spesso chiamati ancora “Diane”, continuano a far risuonare il legame con il passato. Essi accompagnano la processione religiosa, segnano i momenti più intensi della celebrazione ed in alcuni casi sono utilizzati anche durante le esibizioni di ballo, dove il ritmo si fa danza e la danza stessa diventa preghiera.

Il Significato Profondo del Ritmo: Un Legame con la Vita
Il tamburo, come strumento iconico, non è quindi solo un richiamo alla guerra o alla celebrazione. Il suo suono ha un significato profondo che affonda le radici nella spiritualità più intima. Il battito del tamburo, con la sua cadenza costante e incessante, richiama il battito del cuore umano, il primo suono che ogni essere vivente ha ascoltato nell’utero materno, un richiamo ancestrale quindi, una melodia pulsante che mantiene un legame intenso con la vita stessa. Ecco perché quel suono attrae, seduce, ammalia.
Nella Calabria meridionale, dove la tradizione orale e musicale è ancora molto forte e sanguigna, il suono del tamburo continua ad evocare un senso di comunità e di appartenenza. I ritmi calabresi, che si trasmettono di generazione in generazione, sono portatori di un’eredità che affonda nelle radici più antiche della cultura locale.
Le “5 Diane”, in particolare, non sono solo una successione scandita di ritmi, ma rappresentano una narrazione simbolica che accompagna la vita: il risveglio, l’attività quotidiana, la pace, il conflitto, la speranza. Ogni battito del tamburo è un richiamo al ciclo eterno della vita, che si ripete nella storia, nelle feste e nella religiosità.
Le Feste Patronali e la Rinascita del Ritmo
Le feste patronali, oggi, sono diventate anche un’occasione di riscoperta e valorizzazione delle tradizioni musicali e culturali. In molte località calabresi, i tamburi sono suonati da gruppi di veterani e di giovani, che con passione e dedizione, ripropongono i ritmi tradizionali come espressione di un linguaggio universale. Non si tratta solo di un momento di festa, ma di un vero e proprio atto di resistenza culturale, che ha come scopo quello di mantenere viva la memoria storica della regione; il gioioso Ballo dei giganti, il giocondo galoppo di cavalluccio e cammello, il roteare sacrale del Palio, su piazze e crocicchi, vede nella scansione delle varie Diane, l’idioma di una liturgia, raccontato da un suono che parla al cuore.
L’utilizzo dei tamburi nelle feste patronali non è solo l’espressione di un suono: è anche messaggio, una forma gergale, che racconta storie, emozioni e ricordi collettivi. In un mondo in cui le tradizioni rischiano di essere dimenticate, quel suono diventa un simbolo di resilienza, un ponte tra passato e futuro, un richiamo all’identità culturale calabrese.

Il Battito del Cuore della Calabria
Il suono del tamburo che risuona nelle feste patronali della Calabria meridionale è perciò più di un semplice accompagnamento musicale. Esso è il cuore pulsante di una tradizione che affonda le sue radici in un passato lontano, ma che è capace di emozionare ed unire anche le nuove generazioni, scandisce e racconta i momenti della festa, ma anche il palpito che ci ricorda la vita, la memoria e l’identità di un popolo. È un invito a celebrare non solo i Santi protettori, ma anche la nostra storia, la nostra terra e soprattutto, il nostro stare insieme.
Riecheggia così l’eco di un passato che, pur essendo stato segnato dalla guerra e dall’invasione, ha saputo trasformarsi in un canto di speranza e di rinascita. Un canto che continua a risuonare, forte e chiaro, nelle strade e nei cuori della Calabria meridionale, regalando alla comunità la forza di guardare al futuro con fede e passione.
Nella nostra Palmi la tradizione del suono del tamburo è legata a particolari personaggi, rimasti saldamente ancorati alla memoria collettiva, perché hanno regalato ai cittadini momenti di pura felicità, di emozione e di passione.

Fra questi ci piace ricordare il maestro Peppe ‘Mbulica, nativo di Seminara, (del quale sconosciamo il cognome) che fra la fine dell’800 ed i primi del 900 si trovava a capo di una compagine di tamburinari. Le sue imprese di fantasista del tamburo ci sono pervenute, da varie rime del poeta Antonio Trimboli, ma anche da alcuni antichi scatti del fotografo Alessandro Genovesi. Più recentemente, negli anni 50/60 ad allietare le feste sono pervenuti da Seminara i Maestri Paolo, Luigi e Mercurio Delfino.
Una vera e propria rivoluzione, anche stilistica, nel ritmo, nella timbrica, nella risonanza, nello stile, nell’intensità degli attacchi, delle pause e delle rullate, lo vediamo negli anni 70/80 con l’arrivo a Palmi, dalla vicina Bellantoni, del Maestro Giuseppe Lamanna, (Il mago del tamburo) che insieme al suo gruppo apportò una ventata di entusiasmo negli amatori dello stile di Rullante, Grancassa e Piatti e che lo videro competere con un altro ottimo interprete del suono di questi strumenti, il pittoresco Maestro Antonio Luzza da Limpidi, detto Baffuni.
Sotto la guida di questi grandi artisti vennero formate due scuole di tamburinari che diedero lustro all’arte delle percussioni e fra questi ci piace ricordare il Maestro Pasquale Valenzisi ed il Maestro Giuseppe Papandrea.

Nell’ultimo decennio anche a Palmi si è formata una nuova, validissima generazione di tamburinari, fra questi il maestro Salvatore Maceri ed il padre Gianni, Carmine Orlando e Nicola Leonardis, che in sintonia con i precursori già citati si è strutturata nello stile, talvolta elaborando e personalizzando le classiche Diane e dando loro una originalità ed un’impronta che le vede rinnovate e capaci di regalare ai nostri sensi, ritmi intrepidi e giulivi, che evocano emozioni arcaiche, mai sopite, che certamente resteranno immortali nel fremito che racconta la festa e la vita, nel soffio dell’anima e nel battito del cuore .

