Sotto la guida delle madri: la forza invisibile che ha scritto la storia di Calabria
La nozione di matriarcato nasce come riflesso inverso/ antitesi al modello patriarcale; visto come “predominio della donna in un ambito sociale o familiare in genere” come definito dalla stessa Treccani.
Per secoli, l’idea di una società guidata dalle donne è stata vista con timore e “esorcizzata” attraverso miti spaventosi, come quelli delle Amazzoni; Lo stesso Eschilo nella trilogia dell’Orestea, descrive la donna come l’emblema di dea della vendetta con le sue Erinni.
La narrazione di queste figure femminili spietate ha precluso la conoscenza di narrazioni storiche alternative e ben più equilibrate. Ancora oggi, infatti, molti pensano erroneamente che il matriarcato sia solo il “contrario” del patriarcato, in realtà, si tratta di un modello basato sull’inclusione, dove gli uomini vivono in piena libertà e le donne guidano la comunità con spirito di cura; Un paradigma che trova nella storia calabrese la sua espressione più compiuta.
La provincia di Reggio Calabria è l’emblema forse di questa concezione, basti pensare a realtà come Bagnara e Locri, il prestigio e la centralità sociale della donna derivava non solo dal ruolo rivestito nei culti cittadini, ma anche dai notevoli diritti sul piano giuridico, di cui era detentrice, come ad esempio il diritto di perpetuare nel tempo l’eredità, e quindi consentire così il tramandarsi del “nome” della famiglia anche in caso di dipartita degli uomini, significativa è la descrizione di Polibio sulla
nobiltà locrese che, secondo lo storico, traeva origine dalle donne e non dagli uomini, ha
portato molti ad ipotizzare a Locri, perciò, la presenza di una forma di matriarcato che non è, da intendere però, come un vero e proprio governo al femminile.
La figura della sacerdotessa era centrale, le fonti e in specie quelle iconografiche , ci fanno intuire che le sacerdotesse erano tutt’altro che donne ignoranti ma anzi rappresentavano l’emblema della donna colta, progredita, le quali , dopo aver occupato Metauro, sulla sponda destra del fiume omonimo, si stabilirono in quella che oggi è riconosciuta come l’area di Gioia Tauro, e l’antico fiume Metauro è l’odierno Petrace che a quanto pare segnava il limes settentrionale del territorio reggino.
Fino ai giorni nostri, quando si pensa alle nonne, le madri, le sorelle calabresi, si pensa a donne forti, anche per certi versi austere, pronte a districarsi in ogni situazione, testimonianza di ciò è l’apporto delle donne nel fenomeno mafioso, dove da sempre esse sono centrali e indicano molto spesso la via da perseguire, sono le vere “teste pensanti”.
In un mondo in cui è necessario trasformare, ogni parola con la desinenza al femminile, le donne nella storia calabrese non hanno mai avuto paura di esprimersi, anche in ambienti difficili e anche se ufficialmente la società è sempre risultata formalmente guidata degli uomini, le vere scelte sono state prese dalle donne, nel loro modo di crescere i figli hanno plasmato il passato, il presente e futuro della società calabrese non come mere procreatrici ma come “mater familias”.
Fonti bibliografiche:
G. Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo,
Roma- Venezia 2013.
E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia. Vol. 3: Decadenza e fine degli Stati Italioti, romanizzazione del Mezzogiorno d’Italia, Napoli 1976.
B. de Voto, La corsa all’Impero, Bologna 1963.
Eschilo, L’Orestea – Le Eumenedi.

