David: Mi osservi da lontano, qualche volta. Altre volte, invece, mi cerchi dentro le immagini, nei libri, nei racconti di chi è venuto prima di te. Dimmi, Dario: perché hai scelto proprio me per farti delle domande?
Dario: Forse perché tu non sei soltanto una statua. Sei materia che ha trovato un’anima. Sei un blocco di marmo che Michelangelo ha saputo liberare, come se la tua forma fosse già lì, nascosta, in attesa di qualcuno capace di vederla. E questo, per me, è già Arte. L’Arte è il mio modo di guardare il mondo. Mi insegna a cercare ciò che spesso gli altri non vedono: un dettaglio, una traccia, una storia nascosta. La luce particolare di un volto, di una pietra, di una tela. L’Arte mi ricorda che niente è veramente muto, se sappiamo ascoltarlo. E che dietro ogni forma può esserci un’anima, dietro ogni immagine una memoria.
David: Dunque, per te, vedere non significa semplicemente guardare.
Dario: No. Guardare è facile. Vedere è un’altra cosa. Vedere significa fermarsi. Significa interrogare ciò che abbiamo davanti. Significa accorgersi di ciò che resta ai margini, di ciò che il tempo ha nascosto, di ciò che gli altri attraversano senza riconoscere. Forse è questo che cerco continuamente: ciò che rischia di andare perduto. Una storia dimenticata. Un volto incontrato per strada. Una pietra antica. Un’opera trascurata. Una parola capace di custodire una memoria. L’Arte mi ha insegnato che ogni cosa può parlare, purché qualcuno abbia ancora la pazienza di ascoltare.
David: E la Bellezza? Tu ne parli spesso come di qualcosa che non si limita a piacerti.
Dario: Perché la Bellezza è molto più di ciò che piace agli occhi. È ciò che mi emoziona e, forse, ciò di cui sento più profondamente il bisogno. Ma non parlo della bellezza perfetta, patinata, esibita. Amo quella fragile e imperfetta. Quella che resiste al tempo. Quella che riesce a sopravvivere anche quando tutto sembra perduto. La bellezza di una città, di un’opera, di una parola, di un gesto inatteso. Quella Bellezza che non chiede di essere posseduta, ma soltanto riconosciuta e custodita.
David: Custodita. È una parola importante.
Dario: Lo è. Perché credo che oggi abbiamo imparato troppo spesso a consumare la bellezza, invece di custodirla. La fotografiamo senza guardarla davvero. La attraversiamo senza fermarci. La trasformiamo in qualcosa da mostrare, da possedere, da utilizzare. E invece la Bellezza, quella vera, chiede attenzione. Non sempre si impone. A volte è discreta. Si nasconde in una crepa, in una luce del pomeriggio, nel silenzio di una chiesa, nella pietra consumata dal tempo, nel volto di una persona. Bisogna essere disposti a riconoscerla.
David: Io sono stato nascosto dentro un blocco di marmo.
Dario: E forse è proprio per questo che ti sento così vicino a queste parole. Michelangelo non ha semplicemente aggiunto qualcosa alla pietra. Ha tolto. Ha liberato. E questa è una delle immagini più belle che io conosca dell’Arte: cercare ciò che è nascosto e portarlo alla luce. Forse anche la Bellezza funziona così. Non sempre dobbiamo inventarla. A volte dobbiamo soltanto liberarla da ciò che la ricopre.
David: E veniamo alla terza parola. Forse la più difficile. Libertà. Che cosa significa per te essere libero?
Dario: Significa, prima di tutto, pensare con la mia testa. Scegliere. Non lasciarmi imprigionare dai conformismi, dalle convenzioni, dalle paure degli altri. La Libertà è la possibilità di dire ciò che sento, di difendere ciò in cui credo, di seguire la mia sensibilità anche quando mi porta altrove. Non è sempre comodo. Essere liberi può significare anche restare soli davanti a una scelta. Significa accettare che non tutti comprendano il tuo cammino. Ma preferisco il rischio della libertà alla sicurezza di una vita costruita secondo le aspettative degli altri.
David: Tu mi vedi come un simbolo della libertà?
Dario: Sì. Perché tu rappresenti un momento. Non ancora lo scontro. Non ancora la vittoria. Il momento che precede la scelta. Sei la tensione di chi sa che dovrà affrontare qualcosa di più grande di lui, ma decide di non arretrare. E la libertà, forse, comincia proprio lì: nel momento in cui scegliamo di non lasciare che siano gli altri, la paura o il conformismo a decidere per noi.
David: Arte. Bellezza. Libertà. Tre parole. Sono davvero così diverse?
Dario: No. Credo che siano profondamente intrecciate. L’Arte mi insegna a vedere. La Bellezza mi insegna a sentire. La Libertà mi insegna a essere. E forse è proprio questo il filo che le unisce. Non sono semplicemente tre passioni. Sono tre modi di stare al mondo.
David: E in queste tre parole, allora, ci sei tu?
Dario: Sì. Ci sono le mie passioni, le mie inquietudini, le mie battaglie, la mia idea del mondo. C’è il mio bisogno di cercare un senso nelle cose e, soprattutto, di non smettere mai di cercarlo. Perché posso rinunciare a molte cose. Posso cambiare strada. Posso perdere delle certezze. Ma credo che continuerò sempre a cercare un’opera capace di emozionarmi, una bellezza capace di sorprendermi e uno spazio abbastanza grande per sentirmi libero.
David: Allora dimmi, Dario: chi sei?
Dario: Sono qualcuno che continua a cercare. Cerco nelle immagini, nelle parole, nelle pietre, nei volti, nelle storie. Cerco ciò che resta nascosto. Cerco ciò che merita di essere ricordato. Cerco la Bellezza anche quando sembra fragile, ferita o dimenticata. Cerco la Libertà di pensare, di scegliere e di essere fedele alla mia sensibilità. E forse non arriverò mai a trovare tutte le risposte. Ma non è questo che conta. Conta non smettere di fare domande.
Nello Sisinni: Posso dirti una cosa, Dario? Forse cercare non significa soltanto guardare ciò che abbiamo davanti. Significa riconoscere ciò che, per un istante, ci attraversa e ci chiede di non essere dimenticato. Io ho incontrato 147 volti per strada. Li ho fermati sulla carta, uno dopo l’altro, perché ciascuno di essi, anche solo per un attimo, mi aveva detto qualcosa. Un volto può essere una storia. Un incontro può diventare memoria. Uno schizzo può salvare dall’oblio ciò che il tempo, altrimenti, cancellerebbe. Forse è questo che accomuna il mio lavoro al tuo: non lasciar passare le cose senza averle ascoltate. E allora continua a cercare, Dario. Perché finché qualcuno cerca, guarda e custodisce, nulla è davvero perduto.
David: Dario, e se dovessi lasciare, alla fine, soltanto tre parole?
Dario: Le stesse da cui siamo partiti. Arte. Per continuare a vedere. Bellezza. Per continuare a sentire. Libertà. Per continuare a essere.
David: Tre parole.
Dario: Sì.
David: Una sola identità.
Dario: La mia.


