Intervista al Dottore Marcello Bellocco
Il medico di famiglia rappresenta la prima porta cui noi bussiamo quando la nostra salute comincia a vacillare. Oggi tale porta rischia di chiudersi o restare chiusa. Il motivo? Il sistema sanitario odierno ha finito col metterli in condizione sempre più difficili di lavorare. Nel nostro Paese il medico di famiglia può avere in media circa 1500 pazienti. Avere un siffatto numero di pazienti vuol dire dover effettuare circa 25/30 visite al giorno cui devono aggiungersi le varie telefonate giunte per via cellulare o le richieste di visite a domicilio per pazienti non in grado di recarsi personalmente presso lo studio medico. Quindi tante visite, tante telefonate, tante ricette e una burocrazia sempre più ingarbugliata. Effettuare giornalmente tante visite vuol dire non avere la possibilità in quei 7/8 minuti a disposizione, di ascoltare, capire quale possa essere il problema medico e quindi effettuare terapia e prevenzione. Circa il 40% del tempo se ne va in pratiche burocratiche, in controlli di piano terapeutici, tra problemi di invalidità, certificati INPS, ricette dematerializzate che si bloccano col bloccarsi del computer. Molti medici di famiglia raccontano che anche dopo aver chiuso lo studio medico continuano da casa il loro lavoro burocratico a volte sino a notte inoltrata. Non va nemmeno sottovalutato il clima in cui gli stessi sanitari giornalmente lavorano. Basti pensare che le aggressioni fisiche e/o verbali nel 2025 sono state più di 1600. Il tutto espressione di tensioni legate a scarsa organizzazione sanitaria. Lunghe liste di attesa, donne, bambini, anziani lasciati soli molto spesso perché abitanti in zone isolate, lontane dai centri urbani, con una guardia medica fatiscente. Per scoprire un po’ di più sul lavoro di questi sanitari abbiamo voluto ascoltare il dottor Marcello Bellocco al quale abbiamo rivolto le seguenti domande:
Dottore da quanti anni esercita la professione di medico di famiglia?
Da circa trenta anni.
Allo stato attuale quanti paziente al giorno visita?
Intorno a 30/35. Facendo quindi i conti, circa 10 minuti a paziente che moltiplicati per 35 otteniamo 350 minuti. In pratica sei ore piene al giorno.
Quanto tempo della sua giornata lavorativa trascorre fra pratiche burocratiche e quanto a fine giornata le resta di tempo per svolgere solo ed esclusivamente la sua delicata attività?
Diciamo che parte delle ore lavorative sono costretto a dedicarle a risolvere problemi burocratici. Si tratta della necessità di utilizzare ricettari particolari per prescrizioni mediche o specialistiche che sarebbero di pertinenza del personale amministrativo. In caso di priorità, cioè entro le 72 ore, l’ASP purtroppo non sempre riesce a derogare la o le prestazioni richieste con la conseguenza logica che il paziente torna da noi a lamentarsi e reclamare. Oggi vi è il D.L gs n 124 del 1998 che vorrebbe tutelare il cittadino quando i tempi massimi stabiliti dal PNGLA (Piano Nazionale di Governo delle liste di attesa) non vengono rispettati permettendogli di avere accesso all’attività libera-professionale intramoenia. Ovvero a visita con un medico o specialista in regime privato. In tale caso l’unico costo a carico del paziente sarà solo il ticket e nemmeno questo qualora sia esente. Nel caso in cui ciò non è possibile allora lo stesso Decreto prevede che il paziente, sempre in caso di urgenza, possa rivolgersi ad una struttura privata accreditata con relativo rimborso da parte dell’ASP di appartenenza. La nota dolorosa per noi è il fatto che pur non dovendolo fare siamo costretti a prescrivere esami quali la TAC o la RMN prescritte ai nostri pazienti da specialisti i quali rimandano tali richieste a noi.
Cosa vuol dire questo?
Che noi medici di famiglia ci vediamo costretti a prescrivere questi esami sui nostri ricettari, a volte senza sapere addirittura il motivo di tali richieste. Adesso che il Commissariamento è definitivamente lasciato alle spalle il nostro Presidente della Regione potrà finalmente agire e affrontare con serenità e pieni poteri i vari problemi che hanno attanagliato e che tuttora attanagliano la nostra sanità. In questo momento a giorni scadrà il PNNR la discussione sulla riforma della medicina territoriale sta assumendo la forma di una corsa a ostacoli. Da più parti si parla della disponibilità di voi medici di famiglia a dare una mano alla attuazione di tale riforma.
È così che lei sappia?
Certamente credo che ciascuno di noi sia pronto se messo nelle condizioni di ben operare.
Oggi si parla dell’importanza che ha la medicina territoriale e la creazione delle cosiddette Case di Comunità, non crede che chi vive nei grandi centri urbani continuerà ad avere accesso sia al proprio medico di famiglia sia a tali strutture mentre chi vive invece in periferia o nei piccoli comuni rischierà ancora una volta di perdere parte dell’assistenza già posseduta o goduta?
Se si ritiene da più parti importantissima sia la creazione e messa in funzione di strutture sanitarie come le Case di Comunità, cuore della riforma 1 del PNNR missione 6, necessita vedere dove dovrebbero essere collocate e una volta avviate quale parte potrebbero avere nell’aiuto all’attività dei vari PS ospedalieri visto che l’anima di tale riforma sta nella certezza che una volta funzionanti tali strutture garantirebbero ottimi vantaggi a personale sanitario e pazienti. Detto ciò è risaputo che mentre sindacati come la FIMMG hanno firmato l’accordo esprimendo senso di responsabilità al fine di tenere insieme tutela dei medici, obiettivi del PNNR e diritto alla salute del cittadino, altri come i sindacati SMI e SNAMI si sono detti contrari poiché ritengono che tale riforma possa stravolgere la natura giuridica del medico. Per quanto mi riguarda, pur non essendo iscritto ad alcun sindacato medico, penso che quando si vuol attuare una riforma importante bisogna tener conto non solo della sua possibile attuazione ma soprattutto la necessità di cambiare le regole o farne delle nuove non cercando semplicemente di proporre momentaneamente soluzioni ai problemi, ma affrontandoli e risolvendoli tenendo soprattutto conto delle esigenze e delle priorità dei singoli pazienti, dei singoli cittadini. La soluzione sarebbe quella di prendere di petto le varie problematiche, mettendo in atto provvedimenti seri e duraturi nel tempo. Intendo dire, non è aggiungere o togliere un ospedale oppure comperare una RMN o una TAC, quanto piuttosto stabilire e decidere come si deve curare la gente, quali soldi mettere a disposizione chi deve con essi risolvere i problemi.
Stando così le cose come pensa si possa cambiare politicamente il rapporto medico/paziente?
Cambiare politicamente il rapporto medico/paziente vuole dire, a mio avviso, spostare il potere da “sistema contro pazienti” ad “alleanza medio/paziente” con lo Stato che oserei dire fa da arbitro. Oggi nella nostra Regione tale rapporto è rotto da tanto tempo. Il paziente è più che mai arrabbiato per le lunghe liste di attesa, per le lunghe file ai PS mentre noi medici lo siamo perché lasciati soli a combattere contro burocrazia e decisioni politiche a volte proprio sbagliate. Voglio concludere col dire che affinché noi medici di famiglia saremo lasciati soli senza strumenti umani, intendo collaboratori, senza strumenti sanitari e con 1500 pazienti sulle proprie spalle questi ultimi ci vedranno come un muro invalicabile e noi invece vedremo loro come grosso problema a volte irrisolvibile.


